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Casella di testo: Quasi inciamparono i miei piedi
Salmo 73
 
Spesso incontriamo credenti che attraversano momenti molto difficili, periodi di prova dolorosa e si chiedono: "Perché mi sta succedendo 
tutto questo? Che cosa ho fatto di male?"  
Qualche tempo fa lessi di un pastore degli Stati Uniti d’America che, a causa di vicende dolorosissime che coinvolsero la figlia, 
abbandonò il Signore, il ministerio e la chiesa.
Considerando questi avvenimenti ed altri ancora, ci rendiamo conto che i credenti, anche quelli più consacrati, corrono un grave 
pericolo in quanto c’è in agguato un grave peccato che sta mietendo molte vittime.
Non mi sto riferendo a un peccato della carne come può essere l’adulterio, la concupiscenza, il furto, la fornicazione o altro ancora. 
Non sto indicando peccati come l’orgoglio, la superbia, la maldicenza, la mancanza di perdono o la rabbia.
Il peccato a cui mi sto riferendo è ancora più dannoso e devastante e può colpire semplici credenti e servi del Signore. Questo peccato 
si chiama incredulità.
Il peccato di incredulità è il più grave di tutti, perché è quello che genera gli altri peccati.
L’apostolo Giuda ricorda ciò che accadde a quelli del popolo d’Israele che non credettero quando uscirono dall’Egitto: “Dopo aver tratto 
in salvo il popolo dal paese d’Egitto, fece in seguito perire quelli che non credettero” (v.5).
Non è l’incredulità dei peccatori incalliti, degli agnostici, degli atei che rattrista il cuore di Dio, bensì l’incredulità di coloro che dichiarano 
di essere Suoi figlioli, che dichiarano d’appartenerGli.
L’incredulità è devastante. 
Fa diventare ostinati e insensibili; fa sprofondare nelle preoccupazioni, nello stress e nei problemi familiari; distrugge la vita spirituale.
L’incredulità non porta più la morte fisica, ma qualcosa nell’incredulo muore comunque. 
Muore la convinzione.
Muore la coscienza. 
Muore l’amore. 
Muore la speranza.
Muore la pace. 
Tutte quelle cose che rendono dolce il nostro cammino con Gesù muoiono a causa dell’incredulità.
Molti vivono con il solo scopo di piacere al Signore eppure devono affrontare prova su prova, difficoltà su difficoltà, dolore su dolore. 
La domanda che si eleva è: “Perché? Per ché c’è tanto dolore nella mia vita? Perché il mio lavoro sta andando male? Perché i miei figli 
si comportano così? Perché …?” 
Questo è il travaglio del salmista Asaf, scrittore del Salmo 73, quando afferma: “Ma quasi inciamparono i miei piedi; poco mancò che i miei 
passi non scivolassero” (v.2).
 
Un atteggiamento distruttivo
Asaf era una persona impegnata nel servizio al Signore. Era un maestro cantore, un levita che serviva nel tempio.
Eppure, a dispetto della sua grande chiamata e delle benedizioni ricevute, Asaf affermò: “Ma quasi inciamparono i miei piedi; poco mancò 
che i miei passi non scivolassero” (v.2).
Eppure Asaf era un uomo consacrato, credeva in Dio e lo riteneva un Dio buono e giusto. Inizia il salmo dicendo: “Certo, Dio è buono 
verso Israele, verso quelli che son puri di cuore” (v.1). Eppure subito dopo quest’uomo dal cuore puro dichiara: “Ma quasi inciamparono 
i miei piedi; poco mancò che i miei passi non scivolassero”. 
Perché Asaf fa questa dichiarazione?
Che cosa era successo?
Asaf si trovava sull’orlo del precipizio, perché incolpava Dio di trascurarlo e di essere ingiusto nei suoi confronti.
L’atteggiamento di Asaf ci ricorda molto quello del popolo d’Israele, quando affermava: “È inutile servire Dio; che vantaggio c’è a osservare
 i Suoi precetti?”  (Malachia 3:14). 
A quel tempo il popolo d’Israele stava vivendo un periodo di sviamento e il suo atteggiamento nei confronti di Dio e nei confronti degli altri 
era totalmente distruttivo: 
·     brontolava quando si trattava di offrire al Signore la giusta adorazione; 
·     brontolava quando il Signore chiedeva quello che Gli spettava; 
·     brontolava, perché i vicini lo molestavano; 
·     brontolava contro Dio perché i malvagi prosperavano e le brave persone, invece, soffrivano; 
·     brontolava contro l’istituto del matrimonio e si riteneva autorizzato a stravolgere la volontà di Dio, ricorrendo al divorzio e ai matrimoni 
misti.
La vita di quel popolo era un continuo brontolare, come la vita di tanti oggi. 
Questo modo di pensare mette in evidenza che si cerca solo il proprio interesse. Di conseguenza non si conosce la gioia della salvezza né la 
gioia di vivere per gli altri.
 
Una prova dolorosa
Asaf stava attraversando una prova dolorosa, si trovava nelle fiamme roventi dell’afflizione, stava affrontando grandi problemi: “Poiché 
son colpito ogni giorno e il mio tormento si rinnova ogni mattina” (v.14).
La prova che stava vivendo era ancora resa più dolorosa dal fatto che si guardava intorno e tutto quello che vedeva era gente malvagia 
con grandi beni, che apparentemente viveva senza difficoltà: “Poiché per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e ben nutrito. Non 
sono tribolati come gli altri mortali, né sono colpiti come gli altri uomini” (v.4-5).
Questo ragionamento apparentemente innocuo e comprensibile lo stava portando a un peccato distruttivo, al peccato di incredulità, 
cioè a credere che Dio sia ingiusto, infedele e che non si cura dei Suoi figli.
In altre parole stava dichiarando che Dio non vede quello che succede, non si rende conto della disparità tra i Suoi figli sofferenti e giusti 
e i malvagi: “Com'è possibile che Dio sappia ogni cosa, che vi sia conoscenza nell'Altissimo?” (v.11).
Molti si arrabbiano perché vedono altri che hanno tutto e loro invece niente.
Molti pensano che, se si crede in Cristo e si fa la Sua volontà, non dovrebbero esserci problemi e nulla dovrebbe mettersi lungo il loro cammino.
Le cose non stanno così. Noi non amiamo Dio per quello che dà. Noi Lo amiamo per quello che Egli è. 
La cosa certa è che le prove non possono essere comprese con ragionamenti umani, bisogna guardarle con gli occhi di Dio.
Asaf credeva di avere una corsia preferenziale, ma rimase deluso ed affermò: “Invano dunque ho purificato il mio cuore e ho lavato 
le mie mani nell'innocenza!” (v.13).
Asaf era così confuso, così addolorato che era pronto ad accusare Dio di averlo abbandonato, di non curarsi di lui. 
Quest’uomo ha pensato che era stato inutile essere stato fedele, aver servito il Signore.
Quando la prova giunge, quando il dolore riempie il cuore, allora è necessario fare attenzione a non scivolare. Questo modo di pensare 
può suonare innocente, ma fa scivolare sulla via dell’incredulità.
 
Un atteggiamento corretto
Proprio quando Asaf si sentiva così, proprio quando non riusciva a comprendere e molte domande affollavano la sua mente e poco mancò che
 non scivolasse, prese la giusta decisione, fece la giusta scelta: “Ho voluto riflettere per comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto 
ardua, finché non sono entrato nel santuario di Dio, e non ho considerato la fine di costoro” (v.16-17).
La casa del Signore è sempre il luogo giusto dove recarsi quando si è confusi, quando si è in preda al dubbio, quando si è nella prova 
e nel dolore.
Lì nella casa del Signore, nella presenza di Dio Asaf ricevette le sue risposte: “Certo, Tu li metti in luoghi sdrucciolevoli, Tu li fai cadere
 in rovina. Come sono distrutti in un momento, portati via, consumati in circostanze orribili!” (v.18-19).
In altre parole lo Spirito Santo gli stava dicendo che le cose non erano come apparivano. L’apparente prosperità dei malvagi sarebbe finita 
in una eterna e imminente distruzione.
Lo Spirito Santo stava dicendo ad Asaf che si era fermato a guardare alle apparenze esteriori mentre non riusciva a scorgere il terrore 
e l’infelicità che c’era nei loro cuori.
Dio stava mostrando ad Asaf che l’apparente felicità dei malvagi, l’apparente loro prosperità era tutto “fumo” e se avesse potuto 
guardare dentro di loro se ne sarebbe reso conto.
Improvvisamente Asaf cominciò a sentire dolore per quelle persone malvagie che sembravano benedette: “Io mi sentivo trafitto internamente, 
ero insensato e senza intelligenza” (v.21-22). In poche parole: “Come ho potuto essere stato invidioso di loro! Vivranno solo pochi anni 
nel loro mondo di sogni, con l’amarezza nel cuore, ma io vivrò per tutta l’eternità con Te nella gloria del cielo!”
Un giorno i malvagi si sentiranno dire: “Gettateli nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti” (Matteo 25:30). Mentre i 
fedeli udranno le parole: “Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del 
tuo Signore” (Matteo 25:21).
Asaf, alla fine, cominciò a vedere il quadro completo e si rallegrò: “Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno” (v.26). “Vero è che sto affrontando una prova dolorosa, ma ho un Padre amorevole in cielo che veglia su di me”.
Fu allora che Asaf entrò nel riposo. 
Era quasi scivolato, ma si trattenne e chiuse il suo Salmo con questa nota di vittoria: “Ma quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio; io ho 
fatto del Signore, di Dio, il mio rifugio, per raccontare, o Dio, tutte le opere Tue” (v.28).
Non credere alle menzogne di satana che vuole farti vedere che gli empi prosperano, mentre i figli di Dio sono dimenticati.
Le cose non stanno affatto così.
Se stai iniziando a dubitare di Dio, allora stai iniziando a scivolare. Grida dalla tua prova, dal tuo dolore, dalla tua sofferenza. 
Smetti di guardare alle persone e fissa il tuo sguardo sul Signore e sulla Sua forza.
Che anche tu oggi possa dire come Asaf: “Chi ho io in cielo fuori di Te? E sulla terra non desidero che Te. La mia carne e il mio cuore 
possono venir meno, ma Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte di eredità, in eterno” (v. 25-26).
 
Angelo Gargano
 
Tratto da RISVEGLIO PENTECOSTALE Marzo 2011